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Scrivere non è mai un atto neutro. Cambia il mezzo, cambia il pubblico, cambia l’obiettivo, cambia perfino il ritmo con cui le parole vengono lette. Eppure, nonostante la digitalizzazione sia un fenomeno ormai stabilizzato da oltre vent’anni, facciamo ancora fatica a riconoscere fino in fondo quanto il contesto influenzi il linguaggio e la sua forma.Siamo cresciuti con l’idea che scrivere significhi semplicemente “mettere parole in fila”, ma la realtà è più complessa. La scrittura è sempre stata un adattamento. Una lettera non è un articolo di giornale. Una brochure non è un libro. Un romanzo non è un saggio scientifico.…
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Nelle interfacce digitali le virgolette non sono un dettaglio grafico.Sono un segnale cognitivo che incide direttamente sulla comprensione di un testo. Eppure vengono usate malissimo: messe a caso, copiate dall’inglese, infilate per “abbellire”, oppure evitate del tutto per paura di sbagliare. Il risultato è un microcopy che sembra innocuo, ma in realtà introduce ambiguità, frizione inutile e problemi di accessibilità. In UX Writing le virgolette non servono a fare stile, servono a chiarire il ruolo di una parola: è un’etichetta? Un titolo? Un comando? Un termine tecnico? Un uso ironico? Un metalinguaggio? Se non lo dici in modo esplicito, costringi…
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Quando si parla di trasparenza, si tende spesso a trattarla come una qualità virtuosa della comunicazione. Qualcosa che fa bene all’immagine del brand, migliora la fiducia degli utenti e rende l’esperienza più piacevole. In realtà, la trasparenza non è una caratteristica opzionale né un vezzo etico. È un principio giuridico preciso, richiesto per legge in più ambiti, e ha conseguenze molto concrete anche sul modo in cui scriviamo i testi all’interno di un prodotto o servizio digitale. La Treccani definisce la trasparenza come chiarezza, pubblicità, assenza di ogni volontà di occultamento e di segretezza. È una definizione che sposta subito…
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Immemory di Chris Marker non è un archivio da esplorare: è una mente in cui perdersi. Questo articolo riflette su come Marker usi l’ipertesto per rappresentare la memoria non come un percorso ordinato, ma come una rete fragile di associazioni, ritorni e oblii. La navigazione incoerente, le gerarchie ambigue e l’assenza di un percorso “giusto” non sono difetti di progettazione, ma il cuore concettuale dell’opera: la dimostrazione che la memoria non può essere trasformata in un’esperienza pulita, lineare e funzionale. Mettendo in dialogo teoria della memoria, nuovi media e User Experience, il saggio mostra come Immemory sia una critica pratica…
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Nel dibattito sul design dei prodotti digitali c’è un equivoco che continua a riemergere: l’idea che lo UX Writing sia una fase del progetto. Un momento successivo, un passaggio di rifinitura, qualcosa che arriva quando la struttura è già stata definita. È un equivoco comprensibile, ma profondamente sbagliato. Lo UX Writing non è una fase perché non lavora “dopo” la UX. Ne è parte integrante. Le parole non servono a spiegare un’esperienza già progettata: contribuiscono a progettarla. Separare scrittura ed esperienza significa immaginare che il linguaggio sia un rivestimento, quando in realtà è uno degli elementi strutturali dell’interfaccia. Questa confusione…





